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Undici strutture ramificate sul territorio, maggiore attenzione alla progettualità ma anche poca chiarezza sul "dopo emergenza". Il giudizio delle associazioni sul piano freddo del Comune di Roma
09/02/2010
Maggiore organizzazione, sinergia con le istituzioni, facilità di gestione: questi, secondo le
associazioni impegnate sul campo con il coordinamento della Sala operativa sociale del comune, i
tratti peculiari del Piano freddo destinato ai senza dimora della capitale ormai arrivato a metà
del suo percorso (è partito il 1 dicembre, andrà avanti fino al 31 marzo). Per molti l'obiettivo di
garantire "una risposta progettuale, non limitata all'emergenza" e anche attraverso colloqui che
favoriscano l'inserimento lavorativo", è stata raggiunta, anche se non mancano voci che lamentano
l'insufficienza dei posti e il rischio che, con il ritorno in strada di numerose persone assistite,
venga perso l'investimento compiuto. Anche perché, come lamenta la comunità di Sant'Egidio, c'è
ancora scarsa chiarezza sul "dopo emergenza", su cosa accadrà dal 1 aprile in poi.
Punti di forza del nuovo Piano freddo sono l'aumento dei posti disponibili (oltre 600 anziché
i circa 400 dell'anno scorso), la scelta di dislocare l'assistenza in 11 strutture suddivise tra i
diversi municipi (6 gestite dalle associazioni convenzionate con il comune e 5 dalle parrocchie),
la diversificazione dei servizi in base alle singole esigenze. Quattrocento posti letto sono messi
a disposizione da associazioni collegate al comune, oltre cento sono offerti dalla Caritas (nelle
strutture del Ferro Hotel, e negli ostelli di via Marsala e di Ostia), una quarantina dal Centro
Astalli, gli altri sono offerti dalla Comunità di Sant'Egidio e da altre parrocchie romane. Un
numero aumentato ulteriormente grazie all'apertura notturna di otto stazioni metro (40 le persone
accolte), con distribuzione di pasti caldi e coperte. Inoltre, viene garantita l'assistenza
sanitaria, grazie alla collaborazione con le 5 Asl capitoline (A-B-C-D-E), l'Istituto Nazionale per
le malattie infettive "Lazzaro Spallanzani", l'Ospedale Israelitico, l'Istituto nazionale per la
Promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà, la
Croce Rossa Italiana.
Peculiarità del piano di quest'anno è la "progettualità", che supera una logica strettamente
emergenziale, attraverso "colloqui in cui si concorda un percorso d'aiuto con l'ospite, per
recuperare un'autonomia lavorativa", spiegano le associazioni. Anche se permangono incertezze sul
"dopo emergenza": "cerchiamo di individuare le persone che possono essere reinserite nelle
strutture permanenti". Al lavoro delle associazioni si affianca quello delle realtà parrocchiali,
che mettono in evidenza l'insufficienza dei posti disponibili, rispetto ai 6000 senzatetto della
Capitale. "Molte delle persone accolte tornano in strada, manca una continuità: spesso i percorsi
vengono interrotti perché c'è bisogno di ricambio", sottolinea Tonino Sammarone della Comunità di
Sant'Egidio. "Occorrerebbe un maggiore investimento e un'assistenza di medio - lungo periodo,
garantita anche dopo il 31 marzo".
A trovare accoglienza, molti immigrati (circa il 70% degli ospiti, secondo il comune), ma
anche i cosiddetti "nuovi poveri", persone che hanno perso il lavoro all'improvviso, pensionati che
non riescono a pagare l'affitto "un fenomeno più legato alla normalità, evidente non soltanto
durante l'emergenza freddo - spiega Roberta Molina, della Caritas -. Difficile dare una
percentuale, perché inizialmente fanno ricorso a familiari, amici, vivono in luoghi di fortuna". A
questi si aggiungono le persone che da anni vivono in strada, le più diffidenti, che difficilmente
si rivolgono al comune o ai servizi sociali. Qui intervengono i volontari delle parrocchie, che
integrano il lavoro della Sala operativa sociale, attraverso il dialogo e l'assistenza delle realtà
più difficili.
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